Parola d’ordine

Avete mai pensato che anche l’appello può trasformarsi in un momento formativo? L’utilizzo della parola d’ordine ha proprio questo intento: trasformare un momento di ascolto semi-passivo, in cui i bambini devono solo concentrarsi sul rispondere presente quando sentono il loro nome, in un momento di riflessione su quanto e con che finalità si sta facendo.

 

Come e quando viene utilizzata la parola d’ordine? Solitamente all’arrivo in classe dei bambini, ma può anche essere utilizzata all’arrivo di un insegnante al cambio dell’ora. I bambini dovranno pronunciare il proprio nome e cognome per dare conferma della loro presenza, aggiungendo però una frase suggerita il giorno precedente dall’insegnante, che sia significativa per loro (come individui o come gruppo) e che abbia una connotazione formativa e/o identitaria. Sapere la parola d’ordine deve essere un requisito necessario per poter partecipare alla lezione: in questo modo verrà memorizzata una formula utile per mantenere un buon livello di coinvolgimento alle attività proposte in seguito.

 

Per fare degli esempi analizziamo le parole d’ordine più utilizzate nelle attività targate L’Orma, dove la scelta delle parole d’ordine è finalizzata a mitigare delle possibili criticità all’interno delle attività:

  1. “Provare per credere”. Un semplice principio, che può tornare utile in quei momenti di “crisi” che talvolta i bambini incontrano di fronte alle novità. Provare per credere vuol dire non permettere quel “non mi piace” preventivo che viene spesso utilizzato dai bambini, a tavola come in palestra; vuol dire fidarsi di chi ha il compito di educare e propone delle attività che hanno un significato che a volte può non essere colto dai partecipanti fino al momento in cui ci si trovano dentro.
  2. “Sono disposto a mettermi in gioco”. Sulla scia del “provare per credere”, ma più concentrato sul soggetto che sull’attività. Sono disposto a mettermi in gioco vuol dire sapere di dover affrontare i propri limiti e le proprie “strutture”, ma con fiducia nei propri mezzi, nella propria capacità di adattamento e nelle attività che saranno proposte.
  3. “Io ascolto con attenzione”. Una dichiarazione di intenti, che assume valore proprio perché detta in prima persona da chi poi dovrà rispettarla. Io ascolto con attenzione è un principio che presuppone il rispetto di chi si ha davanti e di quello che ha da dire
  4. “Gioco e mi diverto”. Una frase all’apparenza banale, ma che in un mondo basato sulla competizione assume un valore ben preciso. Gioco e mi diverto vuol dire che il giocare e il divertirmi sono sullo stesso piano, non esiste il primo senza il secondo. Utile soprattutto per quei caratteri che digeriscono malvolentieri la sconfitta in un gioco, lamentandosi dei compagni e delle regole e trasformando un’esperienza nutriente in una debilitante.
  5. “Giocando s’impara”. Qui è sempre il gioco a essere protagonista, ma come strumento di apprendimento. Giocando s’impara significa porre attenzione a ciò che di nuovo riusciamo ad apprendere attraverso le nostre esperienze ludiche: controllo della propria emotività, rispetto di compagni e avversari, rispetto delle regole e coscienza di sé all’interno di un sistema sono solo i principali tra gli innumerevoli insegnamenti che possiamo trarre dal giocare.

La parola d’ordine rientra nella più ampia cornice delle ritualità, ovvero quegli elementi caratteristici e fissi che sono spesso legati al concetto di cerimonia e tradizione. Attraverso alcune ritualità, si riesce ad agire con la massima efficacia, rendendo la risposta ad una richiesta dell’insegnante/educatore come libera scelta di adesione all’attività proposta.

Proprio nelle ritualità abbiamo trovato uno dei più profondi punti di contatto tra il nostro dispositivo pedagogico e la realtà dell’educazione non formale promossa dall’UE e conosciuta attraverso Erasmus+.

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