Gruppi

Al giorno d’oggi si sente parlare sempre più spesso di GRUPPO, in ambito aziendale, sportivo, familiare e scolastico. Parole come “l’importanza della costruzione di un gruppo”, “team building”, “team working”, “la squadra diventa un gruppo”, “gruppo, gruppo di lavoro, lavoro di gruppo” rivestono nei vari contesti importanza sempre crescente, tanto che è sotto gli occhi di tutto quanto sia fondamentale che il gruppo dove si lavora sia unito e coeso, nella squadra dove si gioca ci sia e rispetto e che, perfino con i propri compagni di vacanza, si vada d’accordo e ci sia armonia.

La creazione di un gruppo non deve, a mio parere, essere l’unico (o il principale) obiettivo della nostra attività formativa, ma funzionale al miglioramento delle competenze dei singoli partecipanti che, nel gruppo, vedono un ambiente sicuro, protetto, e quindi funzionale all’apprendimento.

Facile a dirlo, sì, a volte un po’ più complicato raggiungerlo, quindi…che fare?

Proviamo innanzitutto a concentrarci sulla relazione che c’è tra le modalità con cui formiamo i gruppi di lavoro (e, soprattutto, con cui la programmiamo), i gruppi che si formano e i risultati che si generano.

  • Quante volte, all’inizio di un’attività (che sia un gioco sportivo, un laboratorio pratico o anche semplicemente una discussione su un determinato argomento) ci siamo trovati a formare dei gruppi “casualmente”?
  • Quante volte ci siamo concentrati su COSA FARE, o sul COSA FAR FARE, piuttosto che sul COME?
  • Quante volte l’inizio di un’attività è stato macchinoso in quanto abbiamo perso molto tempo a formare i gruppi, sottraendo spazio all’attività in sé, togliendo ritmo alla nostra lezione?
  • Quante volte abbiamo creato delle squadre non omogenee, facendo perdere di senso l’intera attività?

Beh, il primo consiglio è sicuramente avere bene chiaro quale sia l’obiettivo della lezione, rispetto al quale, a ritroso, pensare a quale criterio utilizzare per la formazione dei gruppi.

Per la foormazione di piccoli gruppi (2,3 o 4 persone) potremmo far posizionare i bambini/ragazzi secondo alcuni criteri quali:

  • l’iniziale del proprio nome (o cognome), dalla A alla Z;
  • l’iniziale del proprio mese di nascita, da Gennaio a Dicembre;
  • la propria regione (o città d’origine), da Est a Ovest, o da Nord a Sud;
  • l’altezza;
  • il numero di scarpe;
  • la lunghezza dei propri capelli;
  • etc…

Il posizionamento iniziale in riga, per rendere il tutto più interessante, potrebbe essere fatto anche senza parlare. Una volta che tutti sono in riga correttamente secondo il criterio stabilito, il docente conta e forma automaticamente i gruppi. In questo modo i gruppi si formano “casualmente”, con tutti i PRO  e CONTO del caso.

Se invece vogliamo proporre delle attività per le quali è opportuno formare squadre di un certo tipo, si può indurre la creazione di esse, rifacendosi ad alcuni criteri caratteristici. Immaginiamo per esempio di voler proporre un’attività di gruppo strutturata, che preveda una forte componente strategica. In questo caso è opportuno che le squadre siano “equilibrate”, un equilibrio non “tecnico” (come volgarmente si intende nello sport) ma in relazione a caratteristiche comportamentali e relazionali. Facciamo quindi la divisione in 3 gruppi:

  • GIALLI: sono le persone “divertenti”, quelle a cui piace scherzare e ridere e che hanno una forte predisposizione a “fare gruppo”;
  • BLU: sono i riflessivi, i pianificatori, tendenzialmente quelli con competenze logico/matematiche;
  • ROSSI: i cosiddetti “leader”, quelli che alla riflessione preferiscono l’azione, alla pianificazione dettagliata prediligono la prova per tentativi ed errori.

A questo punto si formano i vari gruppi, prendendo i partecipanti equamente dai 3 schieramenti di colori.

In questo modo evitiamo il rischio di avere un team di soli riflessivi-logico-matematici in cui nessuno prenderebbe l’iniziativa perdendo molto tempo nella strategia e pianificazione, senza riuscire ad avere poi un riscontro pratico; oppure un team di soli leader, che si troverebbero a bisticciare parlando uno sopra l’altro senza riuscire a fare un minimo di programmazione; o un team di soli “gialli” che la butterebbero in caciara e non raggiungerebbero nessuno traguardo. Così, almeno sulla carta, abbiamo dei gruppi omogenei, con le stesse possibilità di raggiungere l’obiettivo.

Questo modo, che al primo sguardo potrebbe risultare un’azione discriminatoria (l’insegnante che divide, a sua discrezione, i ragazzi in base a delle loro caratteristiche personali) è, invece, funzionale a creare un setting di lavoro equo, sicuro e stimolante. Il gruppo diventa uno spazio funzionale all’apprendimento e allo sviluppo personale. Tutti i partecipanti entrano in team pronti ad accoglierli per quello che sono, a valorizzarne le capacità e, soprattutto, che consentono loro di mettersi in gioco per migliorare le proprie lacune. I riflessivi, ad esempio, non solo potranno dare il proprio contributo al gruppo in termini di attenzione, pianificazione e strategia, ma impareranno anche a lavorare insieme ai leader e capiranno l’importanza di sviluppare la  propria parte decisionale, i leader apprezzeranno l’attitudine dei giocherelloni di sdrammatizzare alcune situazioni e mantenere un clima positivo all’interno del gruppo, e così via…

Ecco l’importanza di pianificare la creazione dei gruppi di lavoro per orientare al meglio il lavoro secondo i propri obiettivi formativi. E ora… buon lavoro!

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